Filiere corte ed economia circolare: la leva competitiva del made in Italy

Per le imprese italiane la circolarità sta diventando una voce di conto economico più che un tema ambientale. Nel 2025 il 72% ha investito in sostenibilità, e la quota di chi ha destinato risorse specificamente all’economia circolare è salita dal 16% del 2023 al 27%. Che l’Italia sia in testa in Europa su questo terreno lo abbiamo già raccontato; il dato nuovo è che il vantaggio comincia a leggersi nei bilanci, e che dal 2026 le regole europee cambiano premiando chi si è mosso per tempo. Per il made in Italy, e in particolare per moda e agroalimentare, è una partita che si gioca sulle filiere.

Il vantaggio, in cifre

I numeri del 2025 danno sostanza all’idea di circolarità come leva competitiva. Secondo l’Osservatorio Clean Technology, tra le imprese che hanno investito i ritorni sono concreti: sette su dieci registrano una riduzione dei costi, il 31% un aumento della redditività, il 20% un migliore accesso al credito. Il ritorno non è reputazionale ma economico: chi ricicla materia, riduce gli scarti e progetta prodotti più durevoli spende meno e si finanzia meglio. Nel complesso il 77% delle imprese si aspetta benefici dall’impegno ambientale e il 55% dichiara di averli già ottenuti.

Il primato di sistema aiuta. L’Italia utilizza materia in modo circolare per il 21,6%, quasi il doppio della media europea ferma al 12,2%, e avvia a riciclo l’86% dei rifiuti contro il 53% dell’Unione. È il retroterra manifatturiero – un Paese povero di materie prime e abituato a recuperarle – a rendere la circolarità un vantaggio più naturale qui che altrove.

Dal 2026 le regole cambiano

Il quadro sta per irrigidirsi. Il Circular Economy Act, la legge quadro europea attesa come proposta formale nel 2026, punta a raddoppiare entro il 2030 il tasso di circolarità dell’Unione – oggi poco sopra l’11% – costruendo un mercato unico delle materie prime seconde e introducendo obblighi di contenuto riciclato per i prodotti strategici. In parallelo, dal 21 maggio 2026 diventa obbligatorio il Diwass, la piattaforma digitale per la tracciabilità transfrontaliera dei rifiuti.

Per le imprese significa due cose. La prima è che la circolarità entra nel perimetro degli obblighi, con standard su ecodesign, riparabilità e tracciabilità dei prodotti. La seconda è che chi ha già dati, processi e filiere in ordine parte avvantaggiato: le nuove regole rendono verificabile ciò che finora era lasciato alla buona volontà. Per un sistema manifatturiero che già recupera molto, il mercato unico delle materie prime seconde previsto dall’Act è anche un’occasione: più facile procurarsi materiale riciclato di qualità e rivendere i propri scarti come risorsa invece di smaltirli come rifiuto.

Moda e agroalimentare, e il divario da colmare

Moda e agroalimentare sono i due settori in cui il made in Italy e la circolarità si incontrano più naturalmente. Nel tessile la strategia UE per i prodotti tessili sostenibili e circolari e il regolamento sull’ecodesign spingono su durabilità, contenuto riciclato e passaporto digitale del prodotto, e dal 19 luglio 2026 vietano alle grandi imprese di distruggere i capi invenduti. Nell’agroalimentare la posta è la valorizzazione di scarti e sottoprodotti – dalle filiere della carne, del vino e del lattiero-caseario, che ne generano in grande quantità – e il legame con i territori, spesso a filiera corta per vocazione. Sono esempi del principio generale: più la filiera è locale e chiusa, meno materia ed energia si disperdono lungo il percorso.

Il vantaggio, però, è distribuito male. Il Circular Economy Report del Politecnico di Milano segnala che solo il 42% delle imprese ha adottato almeno una pratica circolare, che il 39% delle PMI non ha piani per il futuro e che appena il 14% del potenziale è oggi sfruttato – a fronte di un risparmio già stimato in oltre 16 miliardi di euro l’anno e di un potenziale complessivo attorno ai 119 miliardi. La leva competitiva esiste ed è misurabile, ma buona parte del tessuto produttivo non la sta ancora usando.

Per il made in Italy il vantaggio della circolarità è già nei numeri del 2025. Resta da estenderlo alle molte PMI ferme al palo, tanto più che dal 2026 le nuove regole europee premieranno chi si è attrezzato e complicheranno la vita a chi arriva tardi.

Fonti

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