Dal 78% al 39%: il PNRR dimezza il divario sugli obiettivi 2030, ma quattro target restano scoperti

78%. Era questa, nel 2021, la distanza media dell’Italia dagli undici obiettivi quantitativi che l’ASviS ha selezionato come prioritari nel quadro dell’Agenda 2030. Case di comunità, ospedali di comunità, borse di studio, formazione, autobus ecologici – il tipo di cose che sulla carta dovrebbero misurare quanto un Paese fa sul serio con la sostenibilità.

Cinque anni di PNRR dopo, siamo scesi al 39%. Il dato viene dal rapporto che l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile ha presentato il 13 marzo 2026 al CNEL, realizzato con la Fondazione Enel e Unioncamere. Un lavoro che per la prima volta prova a quantificare l’impatto del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sui 17 SDGs, e che produce un numero scomodo: per chiudere il divario residuo entro il 2030 servirebbero circa 20 miliardi di euro aggiuntivi. Pari al 14% delle risorse PNRR destinate ai territori. Pari a 338 euro a testa per ogni italiano.

Chi corre, chi è rimasto fermo
Le differenze tra territori sono brutali. Abruzzo, Marche e Basilicata sono le regioni che hanno ridotto di più la distanza dagli obiettivi. All’estremo opposto: Bolzano, Liguria, Trento – progressi minimi. E i soldi necessari per completare il percorso variano in modo proporzionale alla demografia e alle condizioni di partenza: dai 30 milioni della Valle d’Aosta ai tre miliardi e passa di Lombardia e Lazio.
Il problema vero, però, non è geografico. È tematico. Il rapporto ASviS dice una cosa molto chiara e netta: gli investimenti del PNRR sono risultati molto limitati o quasi assenti sugli obiettivi relativi alla parità di genere, alla riduzione delle disuguaglianze, alla tutela della biodiversità e alla partnership globale.
Il Piano ha spinto forte su infrastrutture, energia e digitalizzazione – ciò che si costruisce, si conta, si inaugura. Ha però lasciato sostanzialmente scoperte le dimensioni strutturali dell’Agenda 2030, quelle che richiedono un orizzonte lungo e politiche integrate. Quelle, insomma, che richiedono azioni sostanziali.

Dopo il 2026, il vuoto
Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’ASviS, ha posto la questione in termini netti: il modello analitico sviluppato dall’Alleanza potrebbe servire alle istituzioni europee e nazionali per programmare le politiche successive al 2026, in vista del bilancio europeo 2028-2034.
Giuseppe Tripoli di Unioncamere ha insistito sulla fotografia regionale e provinciale come strumento per orientare le scelte. La presidente Marcella Mallen ha parlato di “passaggio importante”, ma con lo sguardo già sulla prossima programmazione.
Sono dichiarazioni istituzionali, con il loro linguaggio prudente. Il sottotesto, però, è meno rassicurante: dopo il 2026, quando il PNRR si esaurisce, non c’è un piano B. I 20 miliardi mancanti non hanno una copertura. Le aree scoperte – genere, biodiversità, disuguaglianze – non hanno una strategia dedicata.

Per le imprese che lavorano nel perimetro ESG, questo rapporto è un termometro. Misura la capacità del sistema-Paese di trasformare gli impegni di sostenibilità in risultati. Il dimezzamento del divario è un fatto, non un’opinione. I 20 miliardi mancanti e il silenzio su quattro obiettivi fondamentali dell’Agenda 2030 sono un altro fatto. La transizione italiana regge finché c’è la leva finanziaria del PNRR. Quando quella leva si ritira, si vedrà chi ha costruito struttura e chi ha solo speso.

Fonti
Rapporto ASviS “L’impatto del PNRR sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile”, presentato al CNEL il 13 marzo 2026 (asvis.it)
Adnkronos, “PNRR e Agenda 2030, Italia colma il 39% del divario ma servono nuovi investimenti”, 13 marzo 2026

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