• Daniele Cavaleiro – Direttore responsabile Sustainability Journal
Il 15 agosto è entrato in vigore in Cina il «Codice dell’ecologia e dell’ambiente»: 1.242 articoli in cinque libri, il secondo codice della Repubblica Popolare dopo quello civile. Approvato il 12 marzo, riunisce in un corpo unico oltre trenta leggi, un centinaio di regolamenti e più di mille norme locali finora sparse. Lo stesso giorno di marzo in cui Pechino licenziava questo disegno, l’Europa lavorava nella direzione opposta: alleggerire, semplificare, ridurre gli obblighi di rendicontazione della sostenibilità. Due calendari, due filosofie. Vale la pena guardarle insieme.
Un sistema, non una norma
Del codice cinese colpisce l’architettura più della severità delle singole disposizioni. Prevenzione dell’inquinamento, protezione ecologica, sviluppo verde e a basse emissioni, responsabilità legale: tutto tenuto in un unico impianto, dove il diritto ambientale non vive separato dalla politica industriale, dall’innovazione e dalla programmazione economica.
È la logica del quindicesimo Piano quinquennale, quello che la stampa di Stato – CRI, la radio internazionale di Pechino – presenta come tappa della «civiltà ecologica». Da perle sparse a collana, per usare l’immagine con cui gli stessi giuristi cinesi descrivono l’operazione: dal sistema sanzionatorio a un approccio che si vuole preventivo, con oltre duecento disposizioni sulla sola acqua e termini di prescrizione allungati.
Sarebbe ingenuo farne un modello. Lo stesso piano quinquennale che incornicia il codice non fissa alcun tetto assoluto alle emissioni, mantiene il carbone come «ancoraggio strategico» del sistema energetico e abbassa perfino il target di intensità carbonica rispetto al ciclo precedente, che pure non era stato centrato. I dati ambientali in miglioramento – il PM2.5 medio a 28 microgrammi, in calo del 4,4%, l’89,3% di giornate con aria buona nel 2025 – sono quelli comunicati dal Ministero cinese dell’Ecologia e dell’Ambiente, non da un osservatore indipendente. E l’applicazione del codice è affidata a gruppi di controllo centralizzati che rispondono al Partito e al Consiglio di Stato: la stessa concentrazione di potere che ne fa la forza ne segna il limite politico. La Cina non ci insegna la sostenibilità. Ci insegna, semmai, qualcosa sul metodo.
Lo specchio europeo
Perché è qui che il confronto brucia. L’Europa la propria leadership l’ha costruita sul terreno opposto, e nobile: standard, trasparenza, rendicontazione, responsabilità lungo la catena del valore. La tassonomia, la CSRD, gli ESRS sono un patrimonio normativo che nessun altro blocco ha saputo darsi. Eppure, mentre la Cina scriveva il suo codice, Bruxelles smontava pezzi del proprio. Il pacchetto Omnibus e gli ESRS rivisti di luglio hanno tagliato oltre il 60% dei dati obbligatori e alzato le soglie, lasciando fuori dall’obbligo un numero consistente di imprese medie. Semplificazione necessaria, in parte. Ma il Green Deal, nato come piano di rinascita industriale, si è tradotto soprattutto in un apparato di regole, e ora si accorcia anche quello senza che al suo posto sia cresciuta l’industria che avrebbe dovuto sostenerlo.
La Cina ha legato il diritto dell’ambiente alla strategia industriale, e l’Europa li ha tenuti separati – da un lato il libro delle regole, dall’altro le fabbriche, che intanto chiudono o si spostano. La nostra sostenibilità rischia di ridursi a una contabilità: misuriamo con precisione crescente ciò che produciamo in quantità calante. Il punto non è imitare Pechino, ed è bene ribadirlo. È chiedersi perché, dieci anni dopo il Green Deal, l’Europa sappia ancora scrivere le regole della transizione meglio di chiunque e non sappia costruirne l’industria. Un codice, da solo, non salva un ambiente. Ma dice che qualcuno ha deciso che ambiente ed economia sono lo stesso problema. Noi continuiamo a discuterne come se fossero due.
Fonti
- Greenreport, La Cina approva il nuovo Codice dell’ambiente: una svolta nella tutela ecologica, 2026
- ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Cina: piano quinquennale per tempi incerti, 2026