ESG Reporting 2.0: la sostenibilità entra nell’era della semplificazione europea

Il 3 luglio 2026 la Commissione europea ha adottato la versione rivista degli European Sustainability Reporting Standards, gli ESRS che traducono in pratica gli obblighi di rendicontazione della sostenibilità. Della semplificazione in arrivo – oltre il 60% dei dati obbligatori in meno, costi di reporting giù di circa un terzo – avevamo dato conto a maggio, quando gli standard erano ancora in consultazione. Ora sono legge. La Commissione parla di semplificazione a parità di obiettivi del Green Deal, ma la revisione degli standard è solo metà della storia: l’altra metà, arrivata mesi prima, ridisegna chi deve rendicontare. Ed è lì che la semplificazione somiglia a un ridimensionamento.

Cosa cambia negli standard
Gli ESRS rivisti sono più corti e più flessibili. La Commissione dichiara una riduzione dei datapoint obbligatori superiore al 60% e dei datapoint complessivi oltre il 70%, con un calo dei costi di rendicontazione stimato oltre il 30% per impresa. Accanto agli standard obbligatori nasce uno standard volontario, pensato per le imprese più piccole che restano fuori dall’obbligo ma ricevono comunque richieste di dati da banche e investitori.

La novità operativa più rilevante è il cosiddetto value chain cap. Un’impresa soggetta all’obbligo non potrà chiedere ai fornitori della propria filiera più informazioni di quante ne preveda lo standard volontario. È un argine pensato per fermare il travaso di oneri dalle grandi alle piccole, il fenomeno che nella prima stagione della rendicontazione aveva finito per coinvolgere anche chi non era mai stato obbligato. Gli standard passano ora al vaglio di Parlamento e Consiglio, con un periodo di controllo di due mesi prorogabile di altri due.

Chi resta dentro il perimetro
La revisione degli standard va letta insieme all’atto che l’ha preceduta. La Direttiva UE 2026/470, in vigore dal 26 febbraio 2026, è il cuore del pacchetto Omnibus di semplificazione e interviene sul perimetro. Alza le soglie della CSRD, la direttiva sulla rendicontazione: l’obbligo si applica ora alle imprese con più di mille dipendenti e ricavi netti superiori a 450 milioni di euro, dove in precedenza la soglia era fissata a 250 dipendenti. Un numero consistente di aziende medie esce così dall’ambito obbligatorio.

L’intervento sulla due diligence è ancora più marcato. La direttiva CSDDD, che impone alle imprese di vigilare sugli impatti ambientali e sociali della catena del valore, vede le soglie salire a 1,5 miliardi di ricavi e 5.000 dipendenti. La stessa 2026/470 introduce anche i rinvii dello stop the clock: l’assurance limitata slitta a luglio 2027, l’applicazione piena della due diligence a tutte le società arriva al 2029. Meno imprese coinvolte, più tempo per adeguarsi.

Semplificazione o deregolamentazione
Qui si gioca la lettura dell’intera manovra. La Commissione sostiene di aver tolto complessità mantenendo la qualità delle informazioni: meno moduli da compilare, non meno ambizione climatica. Il Green Deal, nelle intenzioni, resta il quadro di riferimento. La lettura critica osserva che alzare le soglie e tagliare oltre metà dei dati significa restringere sia la platea sia la profondità del reporting, con il rischio di ridurre la confrontabilità delle informazioni proprio mentre la finanza sostenibile ne chiede di più affidabili.

Le due letture non si escludono. È possibile che gli obblighi di ieri fossero sovradimensionati per le imprese medie e che parte della semplificazione sia sacrosanta; ed è possibile, allo stesso tempo, che il pendolo sia tornato troppo indietro. Il verdetto dipenderà da un dato che oggi non c’è ancora: la qualità effettiva dei bilanci di sostenibilità dopo la cura dimagrante.

Implicazioni ESG
Per l’impresa la prima domanda è di perimetro: se rientra ancora nell’obbligo, e con quali tempi. Chi esce dall’ambito CSRD non esce dalla pressione informativa, perché banche, clienti a monte e investitori continueranno a chiedere dati; lo standard volontario diventa il formato con cui rispondere senza subire richieste sproporzionate, protetti dal value chain cap. Chi resta obbligato lavora su un set di datapoint più ristretto, ma non per questo meno strategico: la doppia materialità resta il principio guida e i temi ambientali e sociali materiali vanno ancora individuati e rendicontati.

Il consiglio operativo è di non smontare quanto già costruito. Le imprese che nella prima stagione hanno investito in raccolta dati, governance e processi di rendicontazione dispongono di un’infrastruttura che la semplificazione alleggerisce, non cancella. In un contesto normativo che si è mosso due volte in pochi mesi, la capacità di adattare il reporting senza ricominciare da capo è essa stessa un vantaggio competitivo.

Fonti

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