Emissioni di gas serra in Italia diminuite del 30,2% dal 1990: ma il 2025 inverte la tendenza

Tra il 1990 e il 2024 le emissioni italiane di gas climalteranti si sono ridotte del 30,2%: da 520 a 363 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, al netto del LULUCF. Lo certifica l’ultimo aggiornamento ISPRA dell’inventario nazionale dei gas serra. Ma il segno meno non è acquisito per sempre. Le proiezioni per il 2025 indicano un leggero rialzo, spinto dal maggior consumo di gas naturale per produrre elettricità in un anno di idroelettrico in sofferenza.

Il dato e i settori
Il calo del 30,2% si è concentrato dopo il 2008. Ha pesato la contrazione industriale post-crisi insieme alla delocalizzazione di alcune produzioni, ma non solo. Sono cresciute le rinnovabili – idroelettrico ed eolico in testa. È migliorata l’efficienza energetica. Il carbone ha continuato a perdere terreno nella produzione elettrica.
La CO₂ resta il gas dominante con l’82,4% del totale 2024, in calo del 31,9% rispetto al 1990. Seguono metano, protossido d’azoto e gas fluorurati.

Il quadro 2024 vede il settore Energia all’81% delle emissioni totali. Dentro questa cornice i trasporti pesano per il 31,2%, il residenziale per il 18,4%, la produzione di energia per il 17,6%, la manifattura per il 12,7%. Agricoltura al 7,7%, processi industriali al 5,5%, rifiuti al 5,5%.

Trentaquattro anni di dati raccontano traiettorie divergenti. Industrie energetiche giù del 53,6%, manifattura e costruzioni del 49,9%, processi industriali del 40,5% (in larga parte per il crollo del cemento). Un settore solo va in direzione opposta: i trasporti, cresciuti del 10,2% dal 1990, trainati dal trasporto stradale che ne genera oltre il 90%.
Qui sta il nodo strutturale della decarbonizzazione italiana. Cambio di mix energetico, efficientamento, deindustrializzazione: nessuno di questi meccanismi ha funzionato sul trasporto su gomma come ha funzionato altrove.

Il 2025: il segnale di una possibile inversione
Per il 2025 ISPRA stima un aumento contenuto delle emissioni tendenziali. La spinta arriva dal maggior consumo di gas naturale destinato alla produzione elettrica, in un anno segnato da una minore disponibilità idroelettrica. Sul carbone il calo prosegue, coerente con la strategia di decarbonizzazione.
Letto in chiave congiunturale, il dato è un’oscillazione legata a fattori climatici e di mix energetico. Letto in chiave strutturale, racconta qualcosa di diverso: dopo anni di riduzione costante, una traiettoria fondata in parte su elementi contingenti – condizioni economiche, deindustrializzazione, idrologia favorevole – si scopre fragile non appena uno di quei fattori si inverte.

La distanza dal target 2030
Il 30,2% storico va misurato contro l’obiettivo europeo, non contro se stesso. Il Regolamento (UE) 2021/1119 – la Legge europea sul clima – impegna l’Unione a un taglio di almeno il 55% entro il 2030 rispetto al 1990. Per l’Italia significa coprire in sei anni una distanza superiore a quella percorsa nei trentaquattro precedenti, con un perimetro residuo dove le riduzioni “facili” sono in larga parte esaurite.

Gli strumenti per arrivarci sono noti: il pacchetto Fit for 55 ha esteso il sistema ETS, introdotto l’ETS2 per edifici e trasporti, rivisto le direttive su rinnovabili ed efficienza, lanciato il meccanismo CBAM. Resta da capire se basteranno – soprattutto sui trasporti.
La cornice di reporting che racchiude tutto questo è codificata. La Convenzione quadro ONU obbliga i Paesi industrializzati a rendicontare le emissioni ogni anno. Il Regolamento (UE) 2018/1999 fissa gli obblighi verso Bruxelles. L’Italia compila ogni anno le Common Reporting Tables e il National Inventory Document, coordinata dal Sistema Nazionale per l’inventario delle emissioni di gas serra.

Implicazioni ESG: dalla metrica al modello
L’inventario nazionale non è solo un esercizio istituzionale. È la cornice macro dentro cui si muovono CSRD/ESRS, tassonomia europea, target SBTi: gli strumenti che chiedono alle imprese di misurare e tagliare emissioni in coerenza con le traiettorie pubbliche.

Letto in chiave ESG, il –30,2% dice due cose. La prima è che ridurre in assoluto si può, e l’Italia l’ha fatto. La seconda è che i settori più refrattari – il trasporto stradale anzitutto – chiederanno politiche pubbliche e capitali privati di natura diversa da quelli che hanno guidato il calo storico. Per le imprese il punto non è più decidere se la transizione vada presa sul serio. È trovare il passo per non restare indietro.

Fonti
ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca AmbientaleL’andamento delle emissioni, aggiornamento aprile 2026
ISPRA – Inventario nazionale gas serra
Regolamento (UE) 2021/1119 – Legge europea sul clima
Regolamento (UE) 2018/1999 – Governance dell’Unione dell’energia e dell’azione per il clima
UNFCCC –Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici e Accordo di Parigi

Condividi questo post sui social

Torna in alto