L’impronta energetica dell’AI: quanto è sostenibile la rivoluzione dei data center?

L’intelligenza artificiale è entrata nel discorso sulla sostenibilità da due porte opposte. Da una parte è lo strumento che promette di ottimizzare le reti elettriche e integrare le rinnovabili; dall’altra è la ragione per cui la domanda di energia dei data center che la fanno girare cresce a ritmo serrato. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia i data center pesano oggi per l’1,5% del consumo elettrico mondiale, ma la loro domanda è destinata a più che raddoppiare entro il 2030. Per chi deve rendicontare, il tema ha smesso di essere teorico.

Quanto consumano, davvero
Prima di allarmarsi conviene misurare. L’AI in sé, oggi, vale una frazione minima: circa lo 0,02% del consumo elettrico globale, secondo la Banca centrale europea. Sono i data center nel loro insieme a contare, e in Europa arrivano al 3% della domanda elettrica. La media però nasconde il problema vero, che è locale: in Irlanda i data center superano già il 20% del consumo nazionale, e le nuove strutture dedicate all’AI tendono ad addensarsi negli stessi territori, con pressione sulle reti. Qualche ordine di grandezza aiuta a inquadrare: un grande data center hyperscale consuma in un anno quanto centomila famiglie, e una singola richiesta a ChatGPT usa circa dieci volte l’energia di una ricerca su Google. Non è l’apocalisse che certi titoli evocano; è una crescita rapida e concentrata.

La contraddizione europea
È qui che la politica europea mostra la sua tensione interna. Da un lato l’Unione punta a diventare «continente dell’AI» e con il Cloud and AI Development Act, atteso a breve, vuole triplicare la capacità dei propri data center nei prossimi cinque-sette anni. Dall’altro la strategia digitale del 2020 aveva chiesto che quegli stessi data center diventassero climaticamente neutri entro il 2030. Triplicare e decarbonizzare nello stesso arco di tempo è un equilibrio che nessuno ha ancora dimostrato di saper tenere. La risposta di Bruxelles, per ora, è soprattutto conoscere: rendere trasparente il consumo prima di poterlo governare.

La coda macroeconomica
C’è poi un effetto che riguarda i prezzi. La Banca centrale europea stima che la sola elettricità dei data center legati all’AI aumenterà di circa 90 terawattora, l’equivalente del 4% dell’attuale consumo elettrico dell’Unione, con la crescita maggiore concentrata in Cina e Stati Uniti. In uno scenario estremo la corsa energetica potrebbe spingere i prezzi del gas naturale fino al 9% in più in Europa e Asia, di cui però l’AI spiegherebbe solo un paio di punti. Sui minerali critici come litio e nichel la domanda sale, ma l’impatto sui prezzi resta per ora contenuto. Il messaggio della banca centrale è di misura, non di allarme: l’AI aggiunge pressione a un sistema energetico già teso, non lo travolge.

Implicazioni ESG
Per l’impresa la novità è che questo consumo è ormai materia di rendicontazione, non di dibattito. La Direttiva europea sull’efficienza energetica del 2023 obbliga i data center a dichiarare consumo di energia, uso dell’acqua e quota di rinnovabili; lo schema di rating adottato nel 2024 impone di trasmettere indicatori chiave a un database europeo, con un’etichetta di sostenibilità in arrivo. L’acqua, in particolare, è la voce spesso dimenticata: raffreddare i server ne richiede quantità rilevanti, ed è ora tra i dati da comunicare.

La ricaduta non riguarda solo chi i data center li gestisce. Qualsiasi impresa che affidi al cloud i propri carichi digitali – cioè quasi tutte – si porta in casa una quota di quelle emissioni come Scope 3, la parte della catena del valore che la rendicontazione impone di stimare. Scegliere fornitori cloud più efficienti, chiedere i dati di consumo, valutarne l’impronta idrica: sono decisioni fino a ieri tecniche e oggi parte del bilancio di sostenibilità. La rivoluzione dell’AI, sul piano ESG, non si misura in ciò che promette, ma in ciò che consuma – e che ora va scritto.

Fonti

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